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Il castello del Comune di Gambara

da “ LE DIMORE BRESCIANE ”

FAUSTO LECHI

Vol. I  

( su gentile autorizzazione di Ed. DI STORIA BRESCIANA - LIBRERIA QUERINIANA BRESCIA )

      Se a Pralboino l’ultimo personaggio di un ramo dei Gambara ebbe il cuore di distruggere completamente l’antico castello per costruire sul suo perimetro un palazzone grandioso ma freddo e senza volto storico, qui, nel primo nido della famiglia, che però non fece mai parte del feudo,  il Castello venne talmente massacrato lungo i secoli, dal Cinquecento ad oggi, da renderlo irriconoscibile. Quell’ insieme di vecchi fabbricati che oggi sono designati come Castello indicano tuttora, a malapena, quello che fu l’ antico edificio; lo indicano, volumetricamente , ma sopra un lato solo. Così come si presenta, venendo dal centro del paese, si scorge la chiesetta settecentesca al posto, forse, di un torrione ; poi una sequela di case,  costruite nei vari secoli “ad libitum ” dei vari proprietari, si affaccia su quella che una volta sarà stata la fossa e che oggi non è che un leggero avvallamento verso la strada; l’ingresso, scomparso e sostituito da un rustico cancello , si apre verso sera e vi si accede da un lieve terrapieno.

Nel cortile si scorgono, a terra, delle colonne che avranno un tempo formato un porticato; presumibilmente nel Cinquecento quando venne eretto quel fabbricato centrale nel quale ancora si scorgono frammenti di una bella costruzione di quel secolo . Qui vi è una bella cornice in pietra che sporge abbondantemente dal primo piano in modo da formare un balcone con ringhiera in ferro e sul balcone si affacciano tre porte dagli stipiti eleganti caratteristici di quel tempo.

Nell’interno vi è la bella sala principale con volta a spicchi che sarà stata certamente decorata non certo quale si presenta oggi con modesti fregi ottocenteschi e una sala vicina più piccola; in una specie di ammezzato vi è una interessante cucina con enormi travi sul soffitto ed è forse questo l’unico locale rimasto dell’antico Castello. Al primo piano cui si accede da un’ampia scala interna, vi sono due stanze con travetti dipinti a decorazione continua, tipica dei secoli XVI e XVII. Il corpo di casa, verso mattina, è sistemato oggi ad abitazione civile ed ha tre stipiti di porte in marmo del Settecento.

Quasi tutti i rami di casa Gambara vollero sempre avere una parte di proprietà di questo antico Castello che diede il nome alla loro famiglia; certamente nel medioevo Castello forte e duro come la gente che l’abitava ma declassato poi a “casamento” nei secoli del Rinascimento e in quelli successivi che ne videro la sua continua decadenza. Perchè fra l’altro, GAMBARA non fece mai parte del territorio sul quale avevano giurisdizione feudale i Gambara , sia nel periodo visconteo sia in quello veneto. Vi sarà stata certamente nei secoli anteriori ma allora la famiglia era fra le più potenti, ma simile a molte altre di valvassori bresciani. Non signori feudali ma grandi proprietari, quasi della maggioranza dei terreni del Comune di GAMBARA , lo divennero gli omonimi signori e vi comandavano con la loro nota prepotenza; sicché i nobili bresciani che tutti gli anni erano nominati quali vicari del paese (il quale era fra i vicariati minori) sistematicamente si rifiutavano di accettare la carica e pagavano l’ammenda relativa. Molte volte il posto restava vacante ma altre volte trovava l’uomo energico che veniva e comandava in nome del Consiglio Generale. Non è necessario che si ripeta qui la storia di questa famiglia illustrata dall’ Odorici nell’opera del Litta .

Nel 1641 il Castello era di quattro proprietari : del conte Carlo Antonio q. conte Francesco del ramo che abitava a S. Zeno in Brescia (oggi detto il Fontanone) ; uniti al castello, con cortili per massari ecc. vi erano 415 piò ; del conte Guerriero q. co Scipione che viveva la maggior parte dell’anno a Pralboino . In Brescia si costruiranno il palazzo poi del Seminario in Via Gezio Calini; del conte Federico e del conte Renato q. co G. Battista che abitava a Venezia, ma qui erano i maggiori proprietari con 560 piò e altri quattro casamenti; dei figli minori di Alemanno e precisamente di Uberto che viveva in casa Calini e che poi diventerà sua in Via Battaglie. Un tale condominio continuò ancora per più di un secolo ed ogni famiglia vi teneva per puntiglio i propri diritti ma che ben poco vi dimorassero . Preferivano le residenze più comode e piacevoli di Pralboino e di Verolanuova . Forse i “veneziani”, quelli di Federico, vi avranno abitato di più nelle loro rapide corse nel bresciano , non avendo essi un’altra sede di campagna. Erano giunti a tal punto di frazionamento nelle divisioni che, per citare un esempio, nel 1686 Alemanno, nipote di Uberto, di certe case in Gambara aveva “ il nono di due terzi in ottavo ” ! .

Nel 1723 il condominio si semplifica in quanto debbono essere intervenuti accordi fra le quattro famiglie. Infatti il ramo di Alemanno deve aver rinunciato alla sua porzione di castello perchè si gode tutto il CORVIONE (più di duemila piò) col castello oggi completamente scomparso; così pure Scipione q. Guerriero che si tiene metà di Pralboino e conserva a GAMBARA la sua porzione di giurisdizione, altri diritti e molti livelli, ma niente castello. Questo è ora di G. Battista q. co Federico del ramo che ha lasciato Venezia e si è stabilito in Brescia in contrada S. Gerolamo nella antica casa dei Fenaroli , trasferiti, in casa già Avogadro , in via Marsala. G. Battista possiede a GAMBARA altre case e circa 750 piò. Il secondo proprietario era Carlo Antonio q. Lucrezio con circa 400 piò. Ora è lui invece che si è stabilito a Venezia e vi fa la vita del patrizio veneto; quindi praticamente il Castello di GAMBARA dal solo Gio. Battista. Questi aveva preso due mogli: dalla prima, Geronima Luzzago, ebbe tre maschi : Federico, Alberto e Francesco; dalla seconda, Ottavia Carenzoni, ebbe tre figlie. La famiglia visse ancora per tutto il Settecento e in quel secolo il ramo veneziano deve aver rinunciato alla sua porzione di castello, in modo che alla fine del secolo esso è soltanto dei discendenti di G. Battista. Teresa, figlia di G. Battista (n. 1761) sposò nel 1807 il conte Antonio Calini (n. 1773) e così portò in quella casa, sul principio del secolo scorso, il castello di Gambara con annessi terreni.  Antonio Calini discendeva da Ottino, dal ramo più brillante di questa nobile famiglia che ebbe le sue maggiori proprietà attorno a Lograto. G. Battista, che abitava l’attuale casa Pellizzari in via Cairoli 5 , aveva un fratello , Orazio (n. 1743 - 1784) poeta e autore di varie tragedie; dopo di lui la famiglia si divide in due rami coi figli Antonio, marito di Teresa Gambara e Carlo che sposò Giacinta Trinali. Antonio q. Orazio fu nel movimento favorevole alle nuove idee. Quando Napoleone venne a Brescia nel 1805 fu il comandante delle guardie d’onore e l’anno dopo fu nominato cavaliere della corona ferrea. La discendenza di Carlo si è spenta in linea maschile mentre vive tuttora quella di Antonio.  Da Teresa Gambara egli ebbe G. Battista (1808 - 1869) ; questi sposò in prime nozze la nobildonna Carolina Ugoni dalla quale generò due maschi, morti celibi,  e quattro figlie; in seconde nozze sposò Emilia Tosini dalla quale ebbe cinque maschi . E così il castello, diventato “casamento” per il lungo abbandono venne di nuovo diviso.

Una parte venne venduta a terzi ed è quella a mattina oggi di proprietà Nolli (De Palma al 1998), la parte centrale venne assegnata a Giuseppe (1868 - 1923) marito di Lucia Beldì e padre di Alessandro (1904 - 1970); da quest’ultimo è passata in eredità a quattro cugini uno, dei quali, Mario, rilevate le quote dei coeredi, ha proceduto ai recenti restauri riportandola alla funzione di residenza di campagna. La parte a sera fu di Gerolamo (1864 - 1944) marito di Bice Savoldi e padre, fra gli altri, di G. Battista (1898 - 1956) notaio, che rilevò dai fratelli la sua parte di fabbricato. Egli sposò la cugina Maria, figlia di Cesare fratello del padre, il quale nel 1963 vendette a terzi la sua porzione di quello che fu il castello di Gambara.

Uno degli attuali proprietari ha provveduto (nel 1997) al restauro di quello che può essere stato un torrione di ingresso al castello. Al piano terra è stato rinvenuto il pavimento, il pozzo e i cardini del portone di accesso; attualmente è sede di uno studio notarile, ai piani superiori durante i lavori sono stati rinvenuti degli affreschi di epoche diverse che testimoniano il passare dei tempi, dei gusti e dei personaggi. I restauri sono stati curati con la soprintendenza del Prof. Pieraldo Tellaroli, gambarese . Il rinvenimento più significativo si tratta di un lavoro di scuola bresciana fine ‘500 e rappresenta un sistema architettonico dipinto con arcate a tutto sesto di sapore romano rivestite con cornici di foggia greco-classica . Lo stemma sospeso nel vuoto è appeso ad un gancio e raffigura un gambero simbolo del paese di GAMBARA . In effetti il gambero è stato assunto a simbolo del paese da antichissima data ed il suo guscio fa riferimento alle armature dei guerrieri medioevali. Il simbolo è incompleto e solo disegnato. La colonna sostiene una trabeazione costituita da un architrave con cornici di oluli e dentelli, un fregio continuo con oggetto unico raffigurante la tipica vegetazione dei fiumi della bassa padana ed in particolare del fossato che circonda il castello e nell’estrema destra appare una figura mitologica (Sole o Eolo) in procinto di soffiare o di nascere come il sole tra le nubi.



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